Stefania Fierli

Il ruolo della farmacia fra pubblico e privato. Dialogo con Sergio Zingoni

Incontro in modalità virtuale, come i tempi ci impongono, il dottor Sergio Zingoni, figura autorevole nella gestione delle farmacie comunali. Nella sua carriera ha ricoperto ruoli importanti come Direttore Generale, Amministratore Delegato, Presidente dell’Ordine Provinciale dei Farmacisti della Provincia di Prato e membro della Commissione Terapeutica Regionale della Regione Toscana.

Ho conosciuto Sergio Zingoni più di dieci anni fa, all’epoca era AD di Farcom, l’azienda che gestisce le farmacie comunali pistoiesi. Ci siamo poi incrociati di nuovo negli anni e ho avuto l’occasione di lavorare con lui in progetti di selezione e formazione. Ho sempre apprezzato la sua capacità naturale di attrarre l’attenzione in una conversazione, l’arguzia e l’ironia che non mancano mai, da vero toscano, nel suo parlare esperto. Adesso è in pensione, se così si può dire, perché continua a far parte del Consiglio di Amministrazione di AFAM (Farmacie Comunali di Firenze) con delega ai rapporti sindacali e continua a occuparsi di consulenza e coaching per le farmacie.

Chiedo al dottor Zingoni di fare una chiacchierata sulla galassia farmacia, su quello che è stata e quello che è diventata, una visione sull’oggi e sulle prospettive future e, ovviamente, avere un suo punto di vista su come la pandemia in corso ne abbia modificato la gestione. 

Come ha inciso l’emergenza Covid nella gestione delle farmacie? Quali problematiche ne sono derivate?

La farmacia era già un settore che stava soffrendo per tutta una serie di motivi organici e disorganici, per cui la pandemia ha rappresentato un aggravarsi della situazione già in corso. Innanzi tutto nelle farmacie è aumentata la presenza di utenti, in cerca di informazioni o dei presidi di sicurezza (mascherine, gel disinfettanti, etc.) e questo ha richiesto un impiego di tempo e di risorse a cui non è conseguito un aumento di fatturato né tantomeno una crescita della marginalità. Il cliente oggi non è più disposto a socializzare, così la vendita ulteriore e collaterale al farmaco è ferma e i numeri della marginalità aggiuntiva sono addirittura drammatici.

In tempi di pandemia ci sono poi ulteriori problemi di carattere tecnico, perché il farmacista viene in contatto con una popolazione potenzialmente pericolosa e il lavoro deve tener conto di distanziamento, adeguamento delle postazioni, DPI, come mascherine, visiere e tutto quanto necessario per convivere con la pandemia. Tutto ciò ovviamente costituisce un limite non solo fisico ma anche psicologico, perché non si riesce a vedere il volto delle persone con cui si parla. Di contro alle maggiori difficoltà operative, il farmacista è tornato a essere centrale per il suo ruolo nel sistema sanitario, perché una parte della clientela aveva iniziato a vederlo più come un commerciante che vende cremine, mentre ora la pandemia ha riacceso i riflettori su una professionalità in grado di dispensare consigli e aiutare nella prevenzione. Questo costituisce un patrimonio sul quale bisognerà riflettere e investire.

La farmacia negli anni si è posizionata da una parte come servizio e dall’altra inglobando il mondo collaterale come dermocosmesi, integratori e alimentazione. Effettivamente oggi la pandemia scoraggia la visione sulla farmacia come luogo di gratificazione anche effimera, perché assimilato alla malattia e quindi al rischio di contagio. Proviamo a tornare indietro nel tempo: cosa era un farmacista negli anni ’50 e cosa è oggi, come si è evoluto il settore e qual è la complessità che si è aggiunta?

Il settore si è evoluto, o involuto, a seconda dei punti di vista. Negli anni ’50 la farmacia era legata sostanzialmente al farmaco, prima prevalentemente di allestimento magistrale poi, progressivamente sempre di più, di derivazione industriale. Dopo, negli anni del boom economico e ancora nei successivi decenni fino a fine millennio, nell’illusione nazionale che la crescita fosse infinita e grazie a una tutela normativa che la rendeva di fatto una sorta di riserva indiana, la farmacia ha iniziato a perdere un po’ di vista il farmaco, orientandosi maggiormente al mercato, sfruttandone segmenti di suo esclusivo appannaggio e di marginalità elevata. Grazie anche, ma forse soprattutto, al cosiddetto terzo pagante, che era lo stato nei panni del Sistema Sanitario Nazionale, munifico rimborsatore a piè di lista di ogni spesa, la farmacia era diventata letteralmente una miniera d’oro. Questo andamento è durato fino al 2001 quando è stata varata la prima norma che ha interferito con questo status.

Qualcuno al centro del sistema ha fatto due conti e ha scoperto che i soldi non bastavano più; e così, come avviene spesso in Italia, si è passati da un estremo all’altro, cominciando col sottrarre alla farmacia l’esclusiva della dispensazione del farmaco. Lo stato ha modificato le leggi del settore e ha creato, attraverso le Asl, un sistema di distribuzione diretta e per conto, spostando l’acquisto e la successiva erogazione dei farmaci dalle farmacie agli enti pubblici.

A questo sono seguite la normativa riguardante i farmaci equivalenti, eticamente non discutibile, quella del fuori canale con lanascita delle parafarmacie e dei corner GDO, fino al concorsone del governo Monti che ha determinato l’apertura di oltre duemila nuove farmacie in Italia, tutte misure che hanno progressivamente impoverito il mercato farmaceutico, non soltanto da un punto di vista strettamente economico.

Si è creato infatti anche un impoverimento culturale. In Italia una convenzione farmaceutica definisce sia le modalità di calcolo del prezzo finale del farmaco che il modello di retribuzione della farmacia, ormai affatto obsoleto. Per effetto di quanto descritto solo i farmaci di basso costo possono ancora essere erogati attraverso la farmacia, mentre i farmaci innovativi, ad alto costo, finiscono fuori canale (distribuzione diretta o, al massimo, per conto), così la farmacia si è impoverita anche dal punto di vista dell’innovazione, finendo per limitarsi all’erogazione dei farmaci equivalenti e alla vendita di prodotti da banco, questi ultimi legati sempre agli stessi principi attivi di quaranta anni fa.

È evidente quindi che non ci sono più i margini di una volta e, mentre le farmacie di città ancora reggono bene, quelle legate ai territori minori, che sarebbero quelle più eticamente utili, sono in difficoltà economica. 

Quale potrebbe essere la direzione giusta che salvi i fatturati ma anche l’utilità pubblica a cui facevi riferimento, per una possibile visione futura?

A mio avviso la farmacia continuerà a esistere solo se verrà realizzata quella che una quindicina di anni fa è stata definita da un apposito apparato normativo come la farmacia dei servizi, una definizione che in realtà ad oggi è poco più di un’espressione vuota. Culturalmente il farmacista dovrebbe rappresentare una figura professionale con un preciso ruolo all’interno del SSN, in coordinamento con medici e infermieri. Riorganizzando la sanità pubblica ognuna di queste figure dovrebbe riuscire a fare la parte che le compete, in cambio di una remunerazione appropriata. Anche il farmacista dovrebbe ambire al giusto riconoscimento culturale ed economico, ma niente sembra andare in questa direzione. 

In effetti, sembra esserci in atto una deregolamentazione che va proprio nella direzione opposta…

Non c’è dubbio, perché se si parla di farmacia dei servizi, bisogna che questi servizi siano codificati e opportunamente compensati. Oggi ci si limita alla misurazione della pressione, da tempo ormai prassi consolidata, e ci si inventano servizi come la cabina estetica, l’analisi del capello, a volte con contenuti professionali abbastanza modesti, ma senza nessuna logica organica. La telemedicina è tutta da sviluppare e il servizio CUP, molto gradito dai cittadini, in realtà cosa porta alla professionalità del farmacista? Rappresenta una forma di fidelizzazione impropria della clientela, ma, con tutto rispetto, è un lavoro da call center: così ci siamo buttati via da un punto di vista professionale.

Possiamo dire che abbiamo lo stesso scenario nel pubblico e nel privato? 

Sì. Qual è il plus della farmacia pubblica? Per come la vedo io non c’è, almeno non più, una volta superati i tempi in cui il farmacista imprenditore privato non apriva dove non vi era convenienza di mercato e allora era la pubblica amministrazione che portava il servizio farmaceutico. È poi esistita ancora una differenza legata al fatto che le farmacie comunali fossero organizzate spesso in piccole catene, quindi capaci di offrire un ventaglio di offerte migliori alla clientela e prezzi più vantaggiosi. Era una differenza sostanzialmente gestionale, ma anche questa sta sfumando, visto che anche i farmacisti privati si stanno riunendo in gruppi di acquisto che consentono le stesse opportunità organizzative delle farmacie pubbliche. Inoltre, adesso che il capitale è ammesso anche alla proprietà di farmacie, stanno nascendo e ancor più probabilmente nasceranno, catene di farmacie.

Invece, la vera differenza che esiste ancora oggi, e per forza di cose esisterà sempre, è che gli utili delle farmacie comunali sono reinvestiti nel pubblico.

È giusta la percezione del cittadino medio, per cui se si reca in una farmacia comunale riceverà un trattamento più equo e troverà un personale più formato rispetto a quello della farmacia privata?

Sì, è una percezione giusta, soprattutto per quello che riguarda la formazione, che ha costituito tradizionalmente un obiettivo costante delle strutture pubbliche, mentre nel privato è rimasta perlopiù circoscritta agli obblighi di legge sull’aggiornamento continuo, previsto dalle normative ordinistiche, e per il resto lasciata alla buona volontà dei singoli. Nel pubblico invece sono stati fatti importanti investimenti in percorsi di formazione legati non solo ad aspetti strettamente professionali ma anche a quelli complementari, come l’accoglienza, la gestione e la gratificazione della clientela.

L’Ordine dei Farmacisti che ruolo ha, e dovrebbe avere? Qual è la tua visione su questi meccanismi di appartenenza?

Gli Ordini dei farmacisti dovrebbero costituire l’ente esponenziale della professione, promuovendone e tutelandone il significato ontologico e le peculiarità secondo ogni sfaccettatura. Purtroppo si tratta invece di organizzazioni prevalentemente in mano alla componente privata della professione (oltre l’80% dei Presidenti di Ordine è titolare di farmacia e in molte realtà il Presidente dell’Ordine si trova a capo anche della locale associazione sindacale dei proprietari di farmacia). Questo fa sì che, sia a livello locale che, maggiormente, a livello centrale, le politiche della FOFI (Federazione nazionale degli Ordini) si appiattiscano su quelle di Federfarma (Sindacato nazionale delle farmacie private), con buona pace, purtroppo, degli interessi professionali dei farmacisti dipendenti, comunali o meno che essi siano.

Qual è il rapporto fra l’università e il mondo del lavoro?

Le facoltà di Farmacia, come in genere le facoltà universitarie, costituiscono un mondo a parte, autoreferenziale, molto spesso avulso dal mondo del lavoro. In Italia ben trentatré atenei hanno corsi di laurea in Farmacia, oltre a ventisette corsi di laurea in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche, invenzione tutta italiana (perché il nostro paese è stato l’unico a dare applicazione a un preciso disegno europeo) che prepara a una laurea dai modestissimi sbocchi professionali ulteriori al lavoro in farmacia. Quindi sessanta corsi di studio che formano professionisti destinati nella stragrande maggioranza a lavorare in farmacia: uno ogni milione di abitanti, mentre in tutta la Germania ce ne sono ventidue, uno ogni quattro milioni di abitanti e in Francia ventiquattro, circa uno ogni tre milioni di abitanti, tanto per fare l’esempio di paesi a noi culturalmente vicini. Oltre ai due corsi di laurea magistrali, sono stati istituiti una quindicina di corsi triennali per lauree brevi in teoria coerenti con la formazione in ambito farmaceutico, ma in realtà tutti protagonisti di un clamoroso flop, sia accademico che occupazionale.Tutto questo a che serve? In realtà quello che vediamo ancora oggi, è che gli studenti e i laureati che arrivano al tirocinio professionale obbligatorio in farmacie aperte al pubblico hanno una preparazione esclusivamente teorica e non sanno cosa aspettarsi dalla realtà del mondo del lavoro. È evidente che l’università avrebbe bisogno di essere ripensata.

Esiste un disegno europeo sulla farmacia?

No, la normativa comune è di tipo puramente scientifico, penso alla farmacopea europea che dovrebbe essere una summa delle farmacopee nazionali e la loro fonte ispiratrice, per il resto ogni paese segue le sue logiche che sono anche diversissime fra loro. La stessa istituzione farmacia è molto diversa da un paese a un altro.

Credi che sarebbe opportuna una normativa a livello europeo? 

In ogni paese la farmacia è pensata in base al modus vivendi del proprio territorio nazionale, ha una sua storia e si è evoluta a seconda delle necessità peculiari. Questo va bene, ma un approccio comune potrebbe essere senz’altro di aiuto.

Noi abbiamo condiviso diverse esperienze molto interessanti nella selezione del personale. Cosa consiglieresti a un giovane laureato in Farmacia, di belle speranze, che voglia fare una carriera brillante?

A una giovane matricola consiglierei di cambiare corso di studi ma, a danno fatto, suggerirei di provare a entrare nel settore ospedaliero, l’unico dove a oggi un giovane di belle speranze può sperare di trovare una gratificazione professionale e un percorso di carriera. Purtroppo noi farmacisti, anche per i motivi già accennati, ci siamo lasciati sfuggire tutta una serie di opportunità e oggi abbiamo un ambito di azione professionale abbastanza limitato. Poi, in questi tempi di pandemia, non si è pensato di meglio, sia da parte degli Ordini professionali che delle associazioni sindacali di categoria, Federfarma ma anche, purtroppo, Assofarm (l’associazione di categoria delle farmacie pubbliche), che rivendicare anche per i farmacisti la possibilità di somministrare vaccini. Viviamo una crisi sia economica che professionale e con queste iniziative cerchiamo di aprirci a campi professionali altrui come quello dei vaccini, che compete ai medici: il farmacista vaccinatore o somministratore, secondo me non ha senso. Non si possono conseguire specializzazioni professionali ulteriori e diverse con corsi di aggiornamento d’assalto, come quello proposto dall’UTIFAR (Unione Tecnica Italiana dei Farmacisti), che prevede una formazione di quaranta ore online più una seduta in presenza. Nel contempo abbiamo lasciato territori che invece ci erano congeniali, come ad esempio i reparti ospedalieri. In Italia infatti non esiste la figura del farmacista di corsia anche se sarebbe molto utile.

Nel settore privato poi, tranne il titolare, il farmacista non ha ambiti di manovra o autonomia, mentre nel pubblico vi sono più opportunità di carriera, si può ambire a diventare direttore o a incarichi ai vertici delle strutture.

In effetti per arrivare ai vertici occorrono figure particolari che incarnino la conoscenza dei farmaci, la prospettiva commerciale e quella manageriale. Per quanto riguarda le competenze, quali sono quelle nobili di un bravo farmacista, tecniche ma anche trasversali? 

Un anno fa avrei risposto a questa domanda che imprescindibile fra le competenze trasversali è l’essere capaci di accoglienza e prossimità. Oggi, sdoganata dalla pandemia, la parola prossimità è abusata dalla politica, non sempre a proposito, in riferimento alla farmacia sul territorio, per il suo un ruolo sociale: viene alla mente il negozio di vicinato, prima sacrificato dai centri commerciali in nome della GDO, e oggi ritornato al centro dell’attenzione per non far morire, insieme ai centri storici, anche i cittadini più deboli.

Intanto l’AIFA (l’Agenzia Italiana del Farmaco) prevede per il prossimo anno di spostare ulteriormente la spesa sanitaria dalla farmacia al canale della distribuzione diretta, attraverso le Asl. Così facendo il fatturato delle farmacie si ridurrà mediamente di 50.000 € ciascuna rendendo ancora più difficile la sopravvivenza di quelle di prossimità.

Ecco perché non userei più questa parola ma quello che voglio esprimere è che il farmacista deve essere una persona accogliente, deve saper stare vicino a chi ha davanti.

Avendo ricoperto diversi ruoli importanti, quali difficoltà puoi evidenziare nella gestione delle risorse umane?

Ritengo fondamentale lavorare con persone rese partecipi di un progetto condiviso, perché se si lavora in sintonia si possono risolvere le discrasie che inevitabilmente si presentano.

Guardando avanti che prospettive vedi per l’e-commerce? È di pochi giorni fa la notizia che Amazon è entrata nel mondo dei farmaci…

La notizia che Amazon entra nel farmaco da prescrizione è una notizia importante.

L’e-commerce a oggi c’è, ha un significato, ma i dati disponibili sono ancora poco significativi. In Italia è consentita solo la vendita del cosiddetto OTC (acronimo inglese per Over The Counter, letteralmente sopra il banco), il farmaco senza obbligo di prescrizione. Alla fine del 2018 l’e-commerce in questo segmento di mercato ammontava a meno dell’1,5%, anche se nel biennio 2017-18 si era verificato un incremento del 60%. La previsione per quest’anno – bisognerà poi verificare quanto abbia inciso la pandemia – è che si passerà dai 154 milioni del 2018 ai 315 milioni del 2020, con un incremento superiore al 100%. È quindi un mercato non ancora significativo ma in forte crescita. Qualcosa con cui dover fare maggiormente i conti, soprattutto se cambiando la normativa dovesse essere coinvolto anche il farmaco da prescrizione.