Stefania Fierli

Pandemia e Smart Working: il vero nome delle cose

Pandemia e Smart Working sono parole che si sono saldate nel vissuto drammatico dei nostri giorni, ma che in realtà hanno storie diverse che, intrecciandosi, raccontano bene, anche negli aspetti non edificanti e grotteschi, quello che stiamo vivendo.

Pandemia è una parola che ci riporta al passato, a epoche che abbiamo studiato sui libri di scuola e pensavamo, con la smania modernista che altera le percezioni e schiaccia gli eventi in un presente statico, che non avrebbe più potuto interessarci, anche se da decenni la comunità scientifica cercava di mettere in allerta un mondo che stava andando in una direzione di alterazione degli equilibri degli ecosistemi tale da moltiplicare sensibilmente il rischio di epidemie da zoonosi.

Basti ricordare che due anni fa è stata proposta sul mercato assicurativo una polizza contro una possibile pandemia che però nessuno ha voluto sottoscrivere, tanto per capire la poca lungimiranza che caratterizza i nostri tempi.

L’espressione Smart Working, invece, ci proietta in un futuro talmente avanti da essere fantascientifico. Ha una storia buffa perché figlia dell’amore anglofono di noi abitanti lo stivale, sempre pronti a farci colonizzare da parole straniere o esotiche che sicuramente rispondono al bisogno di sentirci à la page. In questo caso però siamo stati più anglofoni deli anglosassoni, perché la definizione di smart working proprio non esiste nella lingua inglese! 

Ne è nato un cortocircuito lessicale e semantico: in inglese si usano più propriamente le locuzioni Remote Working, Flexible Working, Work From Home, mentre la nostra comunicazione istituzionale parla di lavoro agile, con riferimento alla legge del 2017, prevedendo per il lavoratore la possibilità di svolgere le proprie mansioni nei luoghi e negli orari che ritiene opportuni, in autonomia e libertà, nel rispetto degli obiettivi e delle tempistiche date. Il lavoro agile è ben diverso dal telelavoro di cui parlava la legge introdotta nel 2004, che prevedeva lo svolgimento del lavoro da casa con gli stessi orari di quelli in ufficio. Inoltre il termine agile rischia di creare un’altra confusione, questa volta con l’Agile Thinking, il modello esposto nel Manifesto agile del2001 per la gestione di team di programmazione di software, che è divenuto un paradigma organizzativo basato su feedback continui e ampio ricorso alla delega e all’auto-organizzazione. 

Il ricorso al lavoro da casa (come andrebbe invece chiamato) a cui abbiamo assistito in questi mesi è un ibrido di tutto questo, dovuto non a una scelta strategica ma alle contingenze in cui ci siamo trovati, applicato perlopiù con le stesse dinamiche dell’ufficio e quindi più simile al telelavoro che al lavoro agile. 

Dunque, non si è colta l’occasione di cambiare paradigma, ma si è cercato di applicare una possibilità che esisteva già prima grazie alla tecnologia, ma che solo raramente veniva adottata, imponendola però in modo verticistico e semplicistico, per rispondere a una necessità immediata. È evidente che spostare meramente la propria postazione dall’ufficio a casa, non rende di per sé agile né il lavoro né il lavoratore né tantomeno l’azienda.

Quando avremo la distanza per ripensare a tutto questo, dovremo piuttosto riflettere sulla vera natura del lavoro agile, con cui un lavoratore subordinato può gestire la propria prestazione lavorativa a sua discrezione, sia nello spazio che nel tempo, in modo flessibile e non certo nelle modalità che abbiamo sperimentato in questi mesi. Modalità che hanno creato molte disfunzioni, come l’aumento delle ore di lavoro e dello stress o la condizione claustrofobica di dover condividere spazi ristretti con altri membri della famiglia. Sicuramente abbiamo capito che ampliare le occasioni di lavoro agile è possibile, che questo crea ricadute, sia positive che negative, sulla società e sull’ambiente e che su tutto ciò occorrerà riflettere opportunamente. Il lavoro da remoto permette di risparmiare i tempi morti degli spostamenti casa-lavoro, di ridurre il consumo energetico e l’impatto sull’ambiente urbano, ma a costo della perdita delle relazioni sociali; per questo andrà trovata una giusta misura fra il tempo recuperato e il bisogno di scambio interpersonale, necessario per la coesione e la creatività dei gruppi di lavoro.

Una volta che abbiamo capito di cosa parliamo nella sostanza, si arriva al cuore del problema: un evento imprevisto può far saltare il modo di vivere del mondo intero ma, facendo di necessità virtù, si può cercare di adattarsi alla nuova situazione trovando nuove modalità di azione.

Ai canti collettivi dalle finestre e dai balconi sono seguite reazioni sociali contraddittorie, che vanno dal negazionismo alla rimozione di massa, dall’isteria collettiva alla sindrome della capanna.

La speranza di uscire migliori dalla pandemia è ormai tristemente archiviata.

Allora cosa resterà? La realtà di accettare l’imponderabile, la messa in discussione di certezze non più così scontate, l’emersione di quello che normalmente la nostra civiltà reprime: la paura della morte, la consapevolezza della finitezza, l’essere soverchiati da giochi più grandi dell’individuo in cui la storia sembra averci confinati.

Inutile anche cercare slogan e formule, tirare per la giacca teorie e libri profetici: dobbiamo imparare a vivere in questa incertezza, a lavorare, dove possibile, stando lontani fisicamente senza illuderci che tutto sia perfettamente come prima o addirittura migliore.

La potenza pervasiva della rivoluzione tecnologica che ha contraddistinto la nostra epoca, trova un limite nella natura e nella biologia e il progresso si ferma davanti alla realtà che non tutto è controllabile.

L’ottimismo a oltranza che cerca di semplificare una situazione invece complessa è l’altra faccia del pessimismo nero a cui ci consegniamo se non vediamo quello che di poderoso ognuno di noi può fare.

In questo scenario sarebbe buona cosa, al di là delle mode e delle pose, dare un vero significato alle parole e da qui procedere con azioni concrete che rendano, appunto, più agile lavorare e divenire noi stessi agili, per cogliere in questa enorme prova collettiva l’occasione di coniugare ingegno e solidarietà sociale.