Stefania Fierli

La leadership ai tempi del coronavirus: le vite degli altri

Chi si interessa di letteratura manageriale e formazione, avrà fatto sicuramente indigestione della parola Leadership che negli anni abbiamo visto declinata in qualunque maniera, condita in ogni salsa e strumentalizzata per affermare tutto e il contrario di tutto.

Da un lato i leader, politici e aziendali, sono diventati presenze ammantate di un’aura magica e salvifica, sintomo di un bisogno ancestrale che si fa sentire anche in un mondo secolarizzato che ha perduto il senso del sacro; dall’altro si è creata l’aspettativa che crescere professionalmente volesse dire crescere spiritualmente, mescolando drammaticamente piani diversi della vita.

Al di là di tutte le teorie che si potrebbero citare, una cosa mi sembra centrale nella riflessione che si è fatta negli ultimi venti anni e ci deve far riflettere soprattutto nella fase pandemica: i leader devono diventare sempre più facilitatori di processi e meno prescrittori, per esercitare una leadership moderna, evoluta, adulta, al di là delle etichette del leader ora carismatico, ora assertivo.

Quando è arrivata la pandemia, molti imprenditori, direttori, manager, team leader hanno dovuto gestire la propria vita lavorativa e anche quella di tutte le persone che coordinano, facendosi carico di una situazione drammatica e inaspettata, avvalendosi degli strumenti che si sono trovati a disposizione.

Le domande che più spesso mi sono state poste, e su cui ho incentrato la mia attività nel lockdown, riguardavano la gestione di team non in presenza, come assegnare i carichi di lavoro e come controllare. Sì perché, inutile negarlo, il command and control è ancora una tentazione alla quale è difficile resistere e perché fidarsi è davvero arduo, specialmente se le persone non si trovano nelle immediate vicinanze e la delega che si è abituati a elargire è sempre soggetta a verifica stringente.

Eppure, come al solito, si assiste al francamente stucchevole ricorso alla retorica dell’ostentazione plateale delle scelte, come se fossero dettate dalla fiducia e dalla delega ai propri team ‒ spesso con formule altisonanti, sempre e rigorosamente in inglese ‒ ma è solo un trucco. 

Questo meccanismo ci fa ben comprendere le notizie sciagurate che arrivano dall’America e che ovviamente ci riguardano o ci riguarderanno a breve, vista l’emulazione che sempre avviene delle mode di oltreoceano: si sta affermando, infatti, la prassi aziendale di utilizzare servizi informatici che consentono il monitoraggio serrato delle prestazioni dei lavoratori in smart working, al fine di verificarne la produttività.

Si è registrato un aumento spropositato delle vendite di app e software aziendali per monitorare l’attività dei dipendenti: pagine web visitate, email, trasferimenti di file, applicazioni usate e addirittura i movimenti del mouse, la pressione sui tasti della tastiera, la geolocalizzazione, fino alle foto scattate dalla webcam per verificare la presenza del dipendente alla postazione. Alcuni di questi sistemi possono essere installati anche segretamente sui computer dei lavoratori e i resoconti delle azioni sono catalogati sotto categorie come produttiva o improduttiva, con l’opzione di non considerare retribuibile il tempo di inattività tecnologica. Come si può ben capire, in questi casi si deroga ad ogni tutela della privacy, si rinuncia apertamente a instaurare un rapporto di fiducia e a ogni possibilità di vera delega; si rinuncia alla valutazione globale e complessa delle competenze e all’adesione alla filosofia dell’empowerment. Per ironia del destino, sono proprio queste le strategie che più spesso vengono evocate dalle aziende nei loro post di autopromozione sui social!

Sarebbe raccomandabile, invece, non giocare con le vite degli altri, per citare il titolo di un bellissimo quanto amaro film, non cercare di manipolare le persone né psicologicamente né tecnologicamente, perché se si vuole far leva su sentimenti come fiducia, appartenenza, motivazione è necessario essere onesti e autentici e compiere un percorso che sia sempre reciproco.