Stefania Fierli

South Working e New Normal: la nuova normalità è tornare a casa

È da decenni ormai che si parla di azienda come sistema in cui ogni elemento è in comunicazione con il tutto, compresa la società; di Work-Life Balance, la capacità di armonizzare vita lavorativa e personale, nel tentativo di portare un costrutto come la felicità nelle nostre vite privilegiate dalla storia e dalla localizzazione geografica della nostra incarnazione. Possono sembrare pensieri oziosi di teorici o di imprenditori più attenti allo storytelling che al benessere dei loro dipendenti ma le cose in realtà sono meno banali. Per motivi diversi può capitare che il lavoro diventi un problema che compromette la bellezza del vivere, fonte di preoccupazione o di scelte di vita che alla fine costano troppo.

La vita personale e la vita lavorativa vivono intrecciate, ma è buona norma trovare la maniera di distinguere gli ambiti, tutelando la professione da un lato e la sfera privata dall’altro. È anche vero che i valori fondamentali dell’individuo ispirano le azioni in ogni sfera della vita e questo investimento valoriale lo sperimentiamo quotidianamente.

La pandemia ha indotto a riflessioni a micro e macro livelli: le persone hanno fatto bilanci di vita, hanno rivisto sotto una nuova lente le scelte fatte nel tempo; le aziende e i governi hanno dovuto ripensare al senso delle azioni ad ampio spettro.

Il fenomeno che è stato definito South Working è un esempio molto particolare di questo passaggio epocale agevolato dalla pandemia. Si tratta di un movimento di riflusso dal nord al sud, in cui, approfittando della possibilità offerta dalla tecnologia, lavoratori e studenti fuori sede fanno ritorno alla loro terra di origine nelle regioni meridionali, pur continuando a lavorare o studiare online per aziende e università del nord.

Questo scenario rappresenta una rivoluzione perché impatta su molti fattori: le persone non risiedono e non consumano più in città come Milano e Torino, con ripercussioni sul mercato della forza lavoro, immobiliare, commerciale e sul tessuto sociale. 

Addirittura italiani che lavoravano in paesi esteri ritornano in patria, mantenendo in essere il rapporto lavorativo a distanza.

«The Economist», in un recente articolo, ha parlato proprio di uno spartiacque fra BC (Before Coronavirus) e AD (After Domestication) perché quello che sta accadendo sembra un fenomeno con effetti, se non totalmente almeno parzialmente, irreversibili. Imprenditori e lavoratori ne vedono più i vantaggi che gli svantaggi: risparmio dei costi per i primi, flessibilità nel gestire gli impegni lavorativi per i secondi.

Ripensare il modello di sviluppo a causa di un virus rimette in discussione le sorti di territori e genti. Per il sud è indiscutibilmente un’occasione d’oro perché con il ritorno dei cosiddetti cervelli in fuga ritornano capitale intellettuale, know-how e flussi economici da spendere e investire sul territorio; si creano nuovi posti di lavoro e una catena di occasioni di crescita e di intrecci.

Un gruppo di giovani palermitani, professionisti, manager, imprenditori e accademici, accomunati dall’esperienza dell’aver dovuto abbandonare la terra di origine per realizzarsi professionalmente e che là vorrebbero tornare, hanno dato vita a South Working, un’organizzazione no-profit che funziona come laboratorio e osservatorio di questo fenomeno, ma anche come supporto a tutti quelli che intendano intraprendere questo percorso. Sono in molti ad essersene andati non per desiderio ma per necessità, e tornare vorrebbe dire vivere una vita vicino agli affetti, una vita nutrita dai propri colori e sapori, sperimentando quel radicamento che migliora la qualità della vita stessa.

Le implicazioni a cascata sono molteplici: la sostenibilità ambientale derivante dalla limitazione dei flussi dei pendolari, la preservazione della coesione regionale e la valorizzazione dei territori, il ripopolamento dei paesi interni, il miglioramento dei divari territoriali, la rivalutazione immobiliare, la creazione di movimenti di idee e iniziative commerciali e culturali.

Intanto in Toscana nasce il primo smart working village, con tanto di bando che prevede incentivi sull’affitto per chi intende stabilirsi a Santa Fiora, nel grossetano, e banda ultralarga. L’offerta è rivolta a chi ha possibilità di lavorare da remoto e voglia vivere immerso nella natura dando una discontinuità alla vita frenetica ed è anche un tentativo di aiutare il settore turistico fortemente colpito dalla pandemia.

Per evitare il rischio di isolamento il lavoro da remoto si può ibridare con soluzioni di coworking con cui è possibile mantenere contatti e socialità. Lo smart working, a differenza del mero telelavoro, ben si adatta a un lavoro concepito per obiettivi, cicli e fasi, in cui si alterna la presenza con il lavoro più solitario.

Questa emergenza sanitaria ha rimescolato le carte e poiché nel cambiamento si aprono sempre scenari, è doveroso farlo in maniera virtuosa.

Sarà anche da qui che passerà quello che viene chiamato New Normal?