Stefania Fierli

Diario di una Talent Coach

«Quando incontriamo il talento, nella professione o in altri momenti della vita, sperimentiamo la soddisfazione, la riuscita, la pienezza, l’appagamento, per cui le avversità, la rinuncia, l’errore, il dolore, la fatica, la disperazione e la sconfitta sono accettati come tappe necessarie dell’avventura. Il viaggio attorno al proprio talento implica quindi il prenderne consapevolezza e il metterlo in atto.

Incontrare il talento senza agirlo è uno spreco; il talento ha bisogno di azione perché l’azione trasforma prima di tutto chi agisce, crea effetti a cerchi concentrici nella realtà, fortifica e rende liberi».

Stefania Fierli, Scopri i tuoi talenti, FrancoAngeli

Ammetto di starci davvero stretta dentro questa parola inglese che risulta posticcia, autocelebrativa, carica di fuffa, prosopopea e di un nuovismo superfluo di cui nella mia vita non ho mai sentito la necessità. 

Uso l’etichetta coach non solo per comodità, per opportunistico asservimento agli algoritmi semantici della rete, per cercare di spiegare in modo semplicistico i contorni sfumati di quello che faccio; la uso perché un percorso di coaching io l’ho fatto per prima e mi ha letteralmente schiuso un vaso di Pandora. Il coaching è una metodologia anfibia e multidisciplinare, a cavallo fra formazione e consulenza, mentoring, tutoring e facilitazione.

Toccando leve molto personali e autobiografiche, occorre una doverosa attenzione nel non sconfinare negli ambiti della psicoterapia e in questo al coach è chiesta una preparazione adeguata a preservare sé stesso e il prossimo dal rischio della sindrome dell’apprendista stregone.

Io direi che affianco persone, singoli e gruppi, in un momento di passaggio della loro vita, personale o professionale, per essere una garante oggettiva, che osserva e dà rimandi, senza mai sostituirsi e chiarendo fin da subito che non ci sono ricette scontate per la felicità, regole assolute, dogmi, derivanti da teorie più o meno alla moda. Il coach segue il cochee (il cliente) ed è lui o lei che traccia il percorso.

In questi anni ho visto capriole e giravolte insperate nelle vite delle persone, percorsi discontinui e a zig-zag trovare una coerenza, oppure andare avanti in maniera coerentemente bizzarra.

Il materiale umano è delicato, non è una risorsa, appunto, facendo riferimento alla brutta definizione imperante di risorse umane laddove dovremmo parlare più autenticamente di persone.

Si parla di vita, emozioni, sentimenti, dolori, scelte: il coach per primo deve aver fatto quello che sta aiutando gli altri a fare, deve conoscere la strada, averne la mappa e le vie di fuga. Deve avere un set di competenze e opzioni da saper adeguatamente usare all’occorrenza, non come metodo rigido, accettando l’idea di non poter conoscere i contenuti specifici di ogni disciplina e professione. Un coach deve poter aiutare un manager come un artista, un ingegnere come un pasticcere, e quindi non deve possedere specifiche tecnicalità ma un’ampia esperienza umana e professionale da saper declinare nelle varie storie. Deve quindi avere metaconoscenza e saper metacomunicare, e in effetti, il sapersi fermare per osservare e il saper ragionare sul ragionamento sono la base dell’empatia, della capacità di vedere le cose dal punto di vista altrui. Questo scarto di umanità, questo sapersi porre fuori da sé prendendosi cura dell’altro, riporta poi alla memoria la socratica arte maieutica, la disposizione ostetrica del saper far nascere e quindi ri-nascere.

In questo percorso entrambe le persone coinvolte si mettono in gioco e si donano molti insegnamenti, ma, beninteso, i ruoli sono diversi e chi deve saper tenere il timone della nave è il coach, soprattutto nei momenti critici in cui gli autosabotaggi diventano potenti e pericolosi.

Questo vale per il Talent Coaching a maggior ragione, perché va a toccare la missione della vita, riporta in superficie le ferite e le frustrazioni e per questo necessita ancora di più di cura e attenzione. Il talento personale è il proprio modo di essere e vivere, e se viene soffocato o se resta inespresso, non ne risentono solo la vita professionale e la carriera, ma l’intero progetto di vita, perché non lasciando sbocciare capacità e potenzialità non si vive la pienezza della vita.

Ogni percorso di coaching parte da un punto di vita particolare; ciononostante un passaggio fondamentale riguarda la riflessione che passa dal chi sono al chi vorrei essere. Nello iato fra queste due posizioni passa una vita, una sedimentazione di sogni infranti e frustrazioni, di limiti spesso autoimposti, di facili entusiasmi che non sopravvivono alla notte delle pie speranze oppure alla tendenza di sopravvalutare le proprie capacità. I sogni, quindi, devo essere visti con un esame di realtà, di cui un altro passaggio imprescindibile è la comprensione di come mi vedo e come sono visto dagli altri. Facendo i conti con il giudizio che noi diamo a noi stessi e la paura del giudizio altrui, possiamo calibrare questa visione binoculare e rendere il resto del viaggio più confortevole e maturo.

Il Talent Coaching unisce Life e Business Coaching: si appoggia cioè su un tessuto emotivo e contestualmente aiuta a mettere a fuoco obiettivi concreti. Serve per trovare la propria vocazione e poi per migliorare le capacità relazionali, di efficacia e organizzazione, di leadership, di gestione dello stress, dei conflitti e delle emozioni; le capacità gestionali e di orientamento al risultato. Per fare questo su usano ispirazione carismatica, esercizi pratici e strumenti che aiutano la conoscenza di sé e l’autodisciplina.

All’inizio di ogni percorso è fondamentale che la persona stessa definisca in maniera scrupolosa gli obiettivi; nel percorso poi si evidenziano le potenzialità e i punti deboli e si elabora un mindset che aiuta a performare disattivando abiti mentali perniciosi.

Il fine di un percorso di coaching è aiutare a equilibrare motivazione intrinseca, Locus of control (la capacità di avere una centratura che permette di tenere il baricentro all’interno di sé) e autostima con ascolto, autoempatia e fluidità rispetto alla vita, accettando che non si può controllare tutto e che siamo sempre e comunque perfettibili e mai perfetti.

Nell’epoca in cui si fa un gran parlare di empatia, spesso senza aver appreso la fatica autentica che occorre per capire davvero l’altro senza volervisi semplicemente sostituire, io resto perennemente innamorata dell’incontro con l’avventura umana delle persone, che continua a donarmi una grande lezione di umiltà e dolcezza e il rinnovato spettacolo del miracolo della trasformazione.